Paura e lacrime nella Neverland iberica
Laura, ex-ospite di un orfanotrofio sito vicino al mare, torna dopo tanti anni nella vecchia dimora insieme al marito Carlos e al figlio adottivo Simòn, con l'intenzione di ristrutturarla e farne un nuovo ricovero per piccoli orfani. Il bambino, affetto da una malattia incurabile, passa il suo tempo parlando con degli amici immaginari, mentre la coppia è impegnata con i preparativi per l'inaugurazione. Quando Simòn mostra di sapere della sua adozione e della sua malattia, i due iniziano a sospettare che gli amici del figlio non siano davvero immaginari, mentre nella dimora si moltiplicano gli avvenimenti inquietanti, che culmineranno nella sparizione del bambino durante l'inaugurazione.
Con film come questo The Orphanage, diretto dall'esordiente Juan Antonio Bayona e già vincitore di diversi Goya e di vari premi in festival specializzati, il fantasy-horror iberico sembra finalmente iniziare ad acquistare una fisionomia propria, superando i balbettamenti derivativi di anonimi shooter quali Jaume Balaguero e le tentazioni, mai sopite, di inseguire i prodotti d'oltreoceano sul loro stesso (e già consunto) terreno. In effetti, nel film si nota molto l'influenza del produttore Guillermo Del Toro e del suo approccio fiabesco e visionario al genere, unita a una sensibilità tipicamente europea nel narrare le storie di fantasmi, che già avevamo ritrovato in un film come The Others di Alejandro Amenabar. Ed è proprio nella felice sintesi di queste due componenti che il film gioca le sue carte migliori, in una concezione della ghost story che è sì classica (sia dal punto di vista narrativo, sia nella messa in scena) ma al contempo segnata da toni da favola, sognanti e sottilmente malinconici, che sottolineano un approccio interessante e non convenzionale al genere.
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La regia di Bayona stupisce per la sobrietà e per l'uso estremamente parco dei più tipici effetti-shock (e a questo proposito c'è da fare un plauso al giovane regista, proveniente dal videoclip, per aver rifuggito facili tentazioni in questo senso), abbandonandosi a una classicità fatta di piani sequenza e lunghe carrellate sugli interni della villa, con un'efficace atmosfera di angoscia che esplode in singole sequenze (il gioco del "nascondino" verso la fine) di assoluto impatto.
La sceneggiatura porta per mano lo spettatore, come fanno i fantasmi con la spaesata Laura (a cui dà il volto un'ottima Belén Rueda), a un sorprendente e toccante finale, difficile da dimenticare per lucidità e impatto emotivo: la conclusione di un'odissea che per la protagonista ha rappresentato una riconciliazione col suo passato. E la promessa di un futuro, per il cinema fantastico spagnolo, che si preannuncia più che mai interessante e degno di essere seguito con attenzione.
Movieplayer.it
4.0/5