In questi giorni si sta parlando di parecchie serie. Tra Scissione, 1923 e The White Lotus, solo per citare i casi più eclatanti, di carne al fuoco ce n'è davvero tanta. Ma le tre citate sono tutte produzioni che giocavano relativamente sul sicuro: sono nuove stagioni che riprendono le fila di storie già popolari e amate, anche nel caso di The White Lotus in cui c'è una commistione di trama antologica e orizzontale. A sorprendere davvero sono state un paio di nuove arrivate, una Adolescence disponibile su Netflix e l'altra, The Studio, su Apple TV+. Due produzioni che, sulla carta, non potrebbero essere più distanti di così. La prima racconta la tragica vicenda del tredicenne Jamie Miller (Owen Cooper) che viene arrestato per l'omicidio di una ragazza adolescente che frequenta la sua scuola.

La seconda, tramite le peripezie del neo capo dello studio Matt Remick (Seth Rogen), è una spassosissima satira delle dinamiche dell'industria dello spettacolo americana che, in ogni episodio, vanta una sfilza di guest star celebri nei panni di versioni esasperate di loro stesse. Adolescence è il tipico caso di proposta targata Netflix che conquista il pubblico quasi a sorpresa, visto che parliamo di un titolo che non è stato spinto dalle solite, costosissime attivazioni promozionali spesso e volentieri praticate dalla multinazionale. The Studio è l'ennesima conferma al fatto che Apple TV+ continua a essere la principale piattaforma streaming in quanto a "qualità sopra alla quantità". Casualmente però, entrambe queste serie sono accumunate dal fatto di essere girate in maniera almeno concettualmente simile: con dei lunghi piani sequenza.
La tragedia di Adolescence
Se avete visto la serie, sapete bene che Adolescence si svolge in tempo reale. Si parte con la retata della polizia all'alba con l'arresto del tredicenne, si prosegue col suo interrogatorio, fino alla scoperta di cosa sia realmente accaduto. Il regista Philip Barantini e il direttore della fotografia Matthew Lewis hanno voluto spingere al limite l'utilizzo di questo linguaggio di regia attraverso tutti e quattro gli episodi ed è stato fatto senza alcun tipo di montaggio invisibile e ricorrendo il meno possibile all'impiego di VFX (se non in momenti in cui la macchina da presa doveva magari passare "attraverso qualcosa"). Questa scelta è stata attuata per far sì che venisse trasmesso allo spettatore un costante senso di ansia, tensione, nervosismo, mano a mano che emergono tutti i vari dettagli del dramma raccontato.

Lewis ha avuto modo di entrare nel dettaglio della lavorazione di Adolescence in una chiacchierata con Variety in cui spiega che si è dovuto innanzitutto rispondere alla domanda "La sceneggiatura può funzionare davvero sulla base di questo stile di ripresa?". Parlando della collaborazione con lo sceneggiatore Jack Thorne, spiega che "è stato estremamente collaborativo e voleva sapere dove il non funzionava il format. Io o Phil gli scrivevamo per dirgli: 'La macchina da presa si sposta troppo da sola, dobbiamo trovare una motivazione per farla muovere da qui a qui'. Lui scriveva nuove scene o aggiungeva dei passaggi. Durante le prove, continuava a rielaborare il testo e a proporre idee. È stata una sfida unica per lui, ma una volta capito che non eravamo dei folli e che avremmo fatto un buon lavoro con la sua sceneggiatura, si è fidato".
Pianificazione e attrezzatura
Va da sé che per concepire e realizzare materialmente una miniserie composta da 4 episodi di durata variabile fra i 51 e i 65 minuti di durata interamente girata in piano sequenza, bisognava pianificare con estrema attenzione e meticolosità il tutto. Normalmente quando si gira un film o una serie, ci sono delle scalette precise dove viene riportata anche la shot-list, ovvero la lista di quali riprese verranno fatte e con quale metodologia (primi piani, carrellate, panoramiche etc etc).
Con Adolescence non c'era nulla di tutto questo. Dice Lewis che non avendo potuto strutturare la lavorazione seguendo la shot list di cui sopra hanno dovuto mappare l'area in cui si sarebbero fatte le riprese, studiare i movimenti della macchina da presa e provare provare le scene come se fossero una coreografia.
E aggiunge anche: "Ma ancor prima, io e Phil abbiamo cercato le location giuste e, una volta trovate, abbiamo costruito il percorso e incastrato tutti i pezzi finché il tutto non acquisiva un senso. La sfida più grande è stata passare da una casa vera a una finta stazione di polizia. Per farlo, dovevamo trovare uno studio vicino a un'area residenziale, e alla fine abbiamo individuato un posto a South Kirkby, nello Yorkshire".

Per evitare di creare delle riprese nauseanti e insostenibili da reggere troppo a lungo per lo spettatore e per avere l'agilità necessaria per contesti in cui, in scena, c'erano più persone che entravano e uscivano dal frame, sono stati testati diversi stabilizzatori e alla fine è stato scelto il DJI Ronin 4D. "Aveva alcune limitazioni" svela Lewis "ma funzionava nei modi di cui avevamo bisogno: era un gimbal piccolo, poteva essere passato tra gli operatori, poteva essere tenuto davanti senza dover essere attaccato a una persona, e con la semplice pressione di un pulsante poteva passare da modalità a mano libera a montaggio su drone".
La frenesia di Hollywood
L'ambito di utilizzo dei piani sequenza, differenti, ma altrettanto elaborati, di The Studio è invece quello frenetico e sopra le righe della fittizia major hollywoodiana Continental in cui si muovono i personaggi di Seth Rogen, Catherine O'Hara and co. Uno stile che, come ha spiegato il socio di Rogen, Evan Goldberg, al podcast di IndieWire, è stato ispirato dal lungo piano sequenza di quasi dieci minuti che "inaugurava" I protagonisti, l'indimenticabile satira hollywoodiana regalataci da Robert Altman nel 1992.

Aggiunge Rogen che "Se stai realizzando una storia basata su Hollywood, se fai qualcosa di tecnicamente difficile affermi la tua posizione come qualcuno che ha il diritto di parlare di questo mondo. I protagonisti fa proprio questo. Altman realizza una delle cose più difficili che si possano fare, e poi passa due ore a prendere in giro il cinema. Ma è chiaro che lo fa dalla posizione di qualcuno che comprende ogni singola complessità e sfida della realizzazione di un film".
E, curiosamente, nonostante una questione di fondo decisamente più faceta rispetto a quella di Adolescence, lo stile di regia di The Studio segue la medesima ratio: calare il più possibile chi guarda in un determinato contesto popolato con un linguaggio che aiuta la storia. In aggiunta al far sentire il panico e la pressione che gli executive dello studio provano in ogni istante della loro vita professionale, definita solo ed esclusivamente dal successo o insuccesso che i loro film otterranno. Nella nostra intervista esclusiva fatta con Goldberg e l'altro producer della serie, James Weaver, ci è stato spiegato che strutturare le puntate di The Studio su elaborati piani sequenza raccordati invisibilmente fra di loro era fondamentale, durante le riprese, che non si facessero errori di sorta. Perché se dopo 6 minuti di girato qualcuno, in scena, sbagliava qualcosa, poi bisognava fare tutto da capo.